AUMENTANO DEPRESSIONE E TENTATIVI DI SUICIDIO TRA ADOLESCENTI

A Bari aumentano depressione e tentativi di suicidio fra i ragazzi. La neuropsichiatra: “Genitori, attenti al silenzio” (msn.com)

A Bari aumentano depressione e tentativi di suicidio fra i ragazzi. La neuropsichiatra: “Genitori, attenti al silenzio”

A Bari aumentano depressione e tentativi di suicidio fra i ragazzi. La neuropsichiatra: “Genitori, attenti al silenzio”© Fornito da La Repubblica

I bambini e i ragazzi che tentano il suicidio o si feriscono da soli aumentano esponenzialmente. Nel 2019 alla Neuropsichiatria infantile del Policlinico di Bari ne erano arrivati 13. Quest’anno sono 49. I casi più gravi, quelli che passano dal pronto soccorso, ormai sono la maggioranza di quelli che vengono trattati dal reparto: prima della pandemia erano il 46 per cento degli accessi, oggi il 75 per cento. Sono più che raddoppiati anche i giovani depressi e quelli che si chiudono in loro stessi. I dati sono stati snocciolati in vista del secondo Convegno nazionale degli specializzandi in Neuropsichiatria infantile, promosso dalla Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza al Nicolaus hotel da mercoledì a venerdì. Il paradosso? Il reparto, il più importante in Puglia per la fascia da zero a 18 anni, ha soltanto quattro posti letto, ma dovrebbe averne cinque volte tanti. Così molti piccoli pazienti a rischio devono essere rimandati a casa. La lista d’attesa per le consulenze non urgenti in ambulatorio è di oltre un anno. «C’è un silenzio assordante delle istituzioni», lamenta la professoressa Lucia Margari, direttrice dell’unità operativa e ordinaria di Neuropsichiatria infantile.

Professoressa, qual è la dimensione dell’emergenza?

«Così come accaduto in altre regioni, anche in Puglia abbiamo dovuto far fronte negli ultimi anni a un significativo incremento delle richieste di prestazioni assistenziali. C’è un progressivo incremento dei disturbi del neurosviluppo — fra quello dello spettro autistico, Adhd e disabilità intellettiva — e una crescente diffusione di condizioni psicopatologiche complesse che spesso si manifestano anche contemporaneamente».

Cosa la preoccupa di più?

«Il cambiamento più significativo riguarda l’incremento delle richieste che arrivano dal pronto soccorso per urgenze: si è passati dal 46 per cento sul totale dei nostri accessi nel 2019, al 75 per cento di quest’anno. E con la pandemia sono cambiate molto anche le motivazioni dell’accesso».

Quali sono quelle più frequenti?

«Per i casi che arrivano dal pronto soccorso, nel 2019 l’ansia era la più frequente, con poco più del 40 per cento dei casi. Oggi invece sono aumentati molto i disturbi depressivi (dal 15 al 34 per cento), più frequenti nelle donne».

Perché questo aumento?

«L’emergenza Covid ha determinato delle variazioni nel nostro equilibrio psichico e il disturbo dell’umore ne è la conseguenza. C’è sempre una fragilità individuale alla base, una predisposizione genetica e familiarità: chi ce l’aveva ed è rimasto isolato ha potuto rimuginare più facilmente sugli aspetti negativi che la vita ci offre. Da un lato è aumentata l’aggressività — al 38 per cento — anche a livello sociale, pensiamo alle bande: il gruppo porta a deviare soggetti già impulsivi e con e atteggiamenti aggressivi. Dall’altro il disturbo dell’umore, di chi si chiude».

Che consigli dà ai genitori per riconoscere i sintomi?

«Se i ragazzi non verbalizzano la situazione, i primi segni sono il fatto che non esca più o che non voglia andare a scuola. La chiusura, insomma. I disturbi depressivi possono avere un esordio precocissimo, nei primi anni di vita: il genitore o l’insegnante può notare per esempio un’estrema irritabilità, sintomi molto simili a quelli dell’autismo e che quindi devono essere valutati da uno specialista. Possono giocare e sorridere poco».

Nei casi più gravi si può arrivare anche a tentativi di suicidio.

«L’allarme di maggior impatto è proprio questo: tra i casi arrivati dal pronto soccorso, i tentativi di suicidio o le azioni autolesive erano il 10 per cento nel 2019, mentre quest’anno sono arrivati al 34. Per fortuna da noi non ci sono pazienti che hanno completato l’intento di suicidarsi, ma basta ascoltare i fatti di cronaca. E in casi gravi come questi, quando è a rischio la vita, i pazienti vanno ricoverati, sia perché devono restare in un ambiente protetto sia perché bisogna valutare i trattamenti. Ma abbiamo pochissimi posti letto».

Quanti?

«Prima del Covid ne avevamo 13, con la possibilità di arrivare a 17-18 non mettendoli tutti in stanze singole. Adesso, nonostante il piano regionale ne preveda 20, siamo arrivati a quattro perché con la pandemia siamo stati spostati dal padiglione Asclepios a quello della vecchia pediatria, in un corridoio piccolissimo. E siamo rimasti lì senza un motivo, nonostante il bisogno sia aumentato. C’è un silenzio imbarazzante della direzione generale e sanitaria del Policlinico. Lavoriamo in condizioni disastrose, e con i pazienti e i genitori cerchiamo di fare del nostro meglio. I pazienti che continuiamo a vedere nei day hospital sono nella maggior parte tutti a rischio e andrebbero ricoverati, ma non possiamo. Nel gennaio 2022 avevo lanciato un appello dalle pagine di Repubblica, ma nulla. È un dramma».

Anche nei confronti del personale?

«Ci sono sette medici universitari e otto ospedalieri, ma noi non facciamo visite classiche: il rapporto fra paziente e medico è molto lungo e si costruisce con il tempo. Gli universitari fanno anche didattica e ricerca. Si rischia il burnout».

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